Pag: [1] 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 Next

MANIFESTO PER UN'ARTE PUBBLICA E COMUNE

18/09/2017

MANIFESTO PER UN' ARTE PUBBLICA E COMUNE

 

Negli ultimi anni come sappiamo, si è assistito a uno sdoganamento totale della street art e ad uno sviluppo impressionante di tutte le forme di arte urbana. Il cambiamento di attitudine nella creatività di migliaia di giovani artisti, il cambiamento travolgente che sta attraversando il mercato dell’arte segnano il passo del ventunesimo secolo e pongono interrogativi sul futuro. Sulle possibilità di sviluppo del lavoro artistico e sul ruolo stesso del fare arte. 
L’integrazione della street art in progetti vari di “recupero” è stata ampiamente impiegata in varie città nell' ambito di progetti più o meno partecipati, in accordo con le istituzioni pubbliche e soprattutto private. Sta di fatto che oggi anche in Italia, ci sono facciate dipinte e interventi d’arte urbana che seppure tra mille distinguo, riportino un certo successo nel pubblico. 
Al di la di tutte le possibili riflessioni critiche su un fenomeno cosi multiforme, non c' e dubbio che il nuovo muralismo seppure in maniera frammentaria, sta proponendo uno sguardo diverso sulla città. Se negli anni '60 e ‘70 il muralismo (fenomeno di nicchia), non riuscì a destare l’attenzione di urbanisti e architetti a distanza di quaranta anni, le potenzialità innovatrici della street art, sono sotto gli occhi di tutti. 
La rinascita diffusa dell’interesse verso la pittura murale e più in generale verso una dimensione Pubblica dell’arte, sta già portando esiti interessanti in varie città d’Italia ma siamo ancora in fase di sviluppo. 
Sembra mancare un piano di lungo termine e una volontà di connettere le varie realtà operanti sui territori. Le istituzioni culturali e il sistema dell’arte in Italia non hanno saputo fare “sistema” per dare uno sviluppo coerente al rapporto tra le varie anime della pubblic art e le esigenze delle città. 
Fino ad un decennio fa, tra gli artisti che operavano in strada, c' erano più o meno radici comuni, nel Writing come nel graffitismo punk degli anni 80 nell' hip hop e nelle cosidette “ controculture”.

Si condividevano i luoghi di ritrovo dell’area contro culturale, quei centri sociali che oggi sono in profonda crisi.  Spesso sono stati i movimenti e le aree della contro egemonia che non hanno saputo mettere a frutto il patrimonio di cui sono stati portatori e motori per trenta anni.

Sta di fatto che oggi l’erosione degli spazi sociali, dei margini di diffusione e condivisione culturali che questi permettevano, accanto alla precarizzazione totale di ogni aspetto della vita, ha investito pienamente il lavoro di tanti artisti e operatori culturali della scena.  Si è generato quello che sembra essere un nuovo riflusso nel privato, proprio adesso che ci sarebbe più bisogno di socialità e condivisione di idee per uno sviluppo collettivo del lavoro artistico, e più in generale del lavoro.
L'avvento della rete e l'esplosione del fenomeno mediatico “Street art” (che è un fenomeno legato a doppio filo con internet) se da un lato ha allargato l' attenzione del pubblico, dall' altro l' ha resa anche più superficiale. La “rete” negli anni, in qualche modo ha fatto si che tutti si occupino di Street art, anche artisti e operatori che provenivano da percorsi creativi, politici e umani differenti.

Con il crescere dei fenomeni spontanei nelle strade e soprattutto dell’interesse mediatico, le istituzioni hanno iniziato a concedere spazi di margine a tutte le realtà più legate alla vita dei territori, preoccupandosi con la concessione di muri legali, principalmente di reprimere e contenere il pullulare di fenomeni illegali. L'atteggiamento tiepido nei confronti di ulteriori possibili sviluppi è andato avanti fino a che il fenomeno mediatico street art non è esploso. Nella seconda decade degli anni 2000 la street art fa epoca, diviene un brand mediatico. Investe il costume, la pubblicità, l’estetica urbana, fondazioni, multinazionali agenzie, gallerie e operatori promuovono il lavoro di artisti prestati in mille progetti di riqualificazione.

 Nel veloce processo di trasformazione urbana e sociale degli ultimi venti anni è naturale che queste forme d’arte strettamente legate all’estetica pop, si siano ritagliate uno spazio cosi visibile.  La cosiddetta street art è l’arte per tutti e di tutti; non è un movimento omogeneo, anzi non è affatto un movimento, è un fenomeno sociale e creativo molto variegato che viene raccolto in una categoria dai media, ma in realtà è una miriade di singoli artisti o gruppi di artisti su traiettorie differenti. Oggi le multinazionali, i grandi musei, le fiere dell’arte, vogliono anche la street art; un fenomeno main stream che da un lato valorizza tutto il movimento, dall’altro riduce spesso gli interventi a decorazione inoffensiva, di moda e spesso a basso costo. La scena della cosiddetta street art Italiana, da qualche anno fornisce a gallerie, agenzie pubblicitarie, operatori del settore, grandi aziende e pubbliche amministrazioni, un parco sempre crescente di lavoratori dell’arte a basso costo. Non è casuale che questo capiti in questo preciso momento storico e politico, nel pieno di una crisi economica globale che è in fondo una crisi da sovrapproduzione, cui non è esente il mercato dell’arte! Non è un caso che solo ora, un mercato dell’arte ormai preda di asfittiche speculazioni e incapace i raggiungere il pubblico, dia spazio e legittimazione (tentando spesso nuove speculazioni) a fenomeni che esistono nell’underground come realtà globali e fuori da ogni logica commerciale, da oltre quaranta anni.  
La pittura murale popolare in tutte le sue forme , la poesia di strada, il teatro  di strada, non nascono nel mondo delle gallerie d’arte, o delle accademie e dei circoli dell’arte con l’A maiuscola. Anche se a volte assurge a fenomeno d’arte vero e proprio, è nata spontaneamente da individui o gruppi primariamente per scopi sociali e comunicativi. È fiorita negli spazi sociali costruiti dal basso, ai margini del mondo della cultura ufficiale.
Non si può pertanto lasciare alle gallerie, né alle istituzioni, né al mercato pubblicitario, la decisione su cosa debba essere riconosciuto come arte. Questa è la contraddizione che il rapporto tra graffitismo e sistema dell’arte porta con sé. Il mercato dell’arte è strutturato per creare speculazione economica, pertanto può cooptare soltanto un numero ristretto di “nomi” e non la massa creativa che compone la street-art, con tutto il suo portato di valore estetico e sociale. Per cercare delle vie d'uscita alle contraddizioni che investono il nostro agire, da una parte bisogna ricostruire la partecipazione nel rapporto con i territori, dall’altra lavorare proprio sulla pianificazione degli interventi e sulla proposta di progetti artistici, legati a programmi socio educativi a lungo termine per una produzione artistica varia e multidisciplinare.

Proporre ragionamenti più ampi sul ruolo dell'arte, sulle possibilità di sviluppo nell'integrazione con lo spazio urbano e nella vita sociale e produttiva dei quartieri.

In questo momento storico ed economico, bisogna ripartire da un ragionamento sulla ricchezza che l’arte può creare nella società, sia sul piano della produzione materiale sia sul piano della trasmissione del sapere. Imparare attraverso il fare permette all’uomo di comprendere se stesso quindi l’arte trova un suo senso profondo anche nella trasmissione del saper fare.

La via di sviluppo possibile per queste forme di arte è l’arte pubblica, o arte comune.  
L’arte pubblica spontanea, come si sta manifestando da quaranta anni, è solo una fase di passaggio. La prospettiva per il futuro deve essere necessariamente verso l'arte visiva di ricerca, culturale e tecnica... grande decorazione integrata all’architettura, pensata già dalla fase progettuale e realizzata con tecniche diverse e materiali di maggior pregio e durevolezza. Se non in rarissimi casi non si è visto ancora fiorire tutto questo dalla cosiddetta street art.
Sarebbe un sogno che questo potesse nascere ancora da laboratori aperti e partecipati sul territorio, gestiti da collettivi di artisti che operano offrendo un servizio al territorio, in accordo con le istituzioni e soprattutto con gli abitanti. Questo tipo di sviluppo ovviamente necessita molto tempo e d’investimenti solidi che potrebbero essere trovati nell’integrazione pubblico/privato, ma con attenzione particolare alla valenza sociale dei progetti e al loro legame con la comunità che li ospita. Le proposte e i progetti di arte nel sociale sono  gia stati sperimentati, ma mai come oggi il terreno è stato più fertile per ipotizzare e programmare grandi sviluppi  creativi e sociali. Attraverso l’interazione tra i laboratori, l’associazionismo, gli abitanti, gli artigiani e le realtà produttive del territorio in cui si opera, partendo dal tracciato dell’arte spontanea, si potrebbe dare inizio a un nuovo Rinascimento.

Andrea Kiv Marrapodi,  artista visivo, decoratore

Marco Teatro Zecchini,  artista, scenografo.

 


Apocalisse - H is for Horse, H is for Hope

02/07/2017
APOCALISSE - "H is for Horse, H is for Hope"
artisti
concept, film, design installazione
Saskia Boddeke
script, opere d’arte
Peter Greenaway
musiche originali
Luca D’Alberto
montaggio video
Elmer Leupen
luci
Paolo Casati
suono
Danny Weijermans
scenografia
Marco Teatro
second life design
Rose Borchovski AKA
Saskia Boddeke

Riprese video / film shoot
direttore della fotografia
Ruzbeh Babol
costumi
Marrit van der Burgt
trucco
Anna De Vriend

performers
Cavalieri
Hendrik Aerts
Speranza
Pip Greenaway
Danzatrice cavalli
Dunja Jocic

produzione Luperpedia
ispettore di produzione
Annette Mosk
relazioni pubbliche e stampa
Lys Bouma
ricerca immagini
Willemien Ruys
assistente produzione statue
Willemien Gerbrandy

produzione italiana
produttore esecutivo
Lo Scrittoio
Cinzia Masòtina
Claudio Puglisi
coordinamento tecnico
Paolo Casati
assistenza scenografia
Props & Culture
service audio-video-luci
Opera26
costruzioni e scenotecnica
Tecnoscena

60 Festival di Spoleto
EX MUSEO CIVICO | Apocalisse
dal 2 al 16 luglio

Quadri che raccontano una storia

13/05/2017

 

Quadri che raccontano, come questo lavoro "d'epoca", eseguito interamente a vernici spray, quando si usavano solo le bombolette per una sorta di "tradizione" culturale legata ad un immaginario, una "comunità", con le sembianze Hip Hop e le radici nei movimenti underground.

TEATRO

N 117

202x176 Cm. anno 2001, 

Titolo: 115 minuti di rabbia non valgono una vita di stenti.

Da ieri è in asta, per info, scrivete in MP oppure a info@marcoteatro.it


#ICON

30/03/2017
ICON
Di: Marco Teatro
 
apertura 
GIOVEDì 30 MARZO 2017
ore 18,30
 
Libreria Utopia
Via Marsala 2
20121 Milano       https://her.is/2n531zf
MM Moscova
 
Dal 30 Marzo al 30 Aprile 2017
 
orari: 
dal lunedì al sabato 9,30 - 19,30 
domenica 10,30 - 18,30
 
tel 0229003324
libreriautopiamilano@gmail.com 
 
Dal 30 Marzo, al 30 Aprile 2017
 

Iconografia di sussistenza

 

Una piccola serie di lavori nello stile e nella tecnica più tradizionale “Street”, interamente composta di stencil, raccolti sulla sintesi del messaggio.

 

L’iconografia contemporanea dello stencil, sviluppato nelle metropoli europee nel periodo “pre graffiti”; adottato dai gruppi di controcultura e movimenti underground come strumento di comunicazione pubblico, sintetico e di rapida realizzazione grazie alla diffusione delle bombolette spray.

Questa tecnica è caduta completamente nell’oblio dalla metà degli anni “80, sommersa dall’invasione del writing; è stata riportata alle cronache dalla “street art “ contemporanea un ventennio dopo, grazie alla diffusione commerciale e pubblicitaria, alla massificazione di internet e dei nuovi media.

 

Iconografia di sussistenza

In questo momento storico a dir poco imbarazzante per l’umanità, che si appresta a entrare inesorabilmente in una terza guerra mondiale, contestualmente al declino biologico del pianeta, le arti popolari si ritrovano con le armi spuntate, dopo che tutta l’iconografia sviluppata nelle ideologie del secolo scorso sono diventate obsolete e cadute in disuso; una parte consistente è stata assorbita dal “mercato” e rigenerata ad uso esclusivo di consumo, compromettendone definitivamente il valore di messaggio e contenuto.

In questa epoca dove gli eventi si susseguono sempre più rapidi travolgendo tutto e tutti, non abbiamo il tempo di elaborare i mali che ci affliggono e sviluppare gli anticorpi per difenderci.

 

In queste condizioni, la ricerca iconografica diventa difficile e soffre di obsolescenza immediata; diventa complicato trovare sintesi condivisibili ed efficaci, nel prepararci ad affrontare il peggiore dei mondi possibili ormai dietro l’angolo.

 

Questa piccola mostra è il sunto di una ricerca aperta e in continua evoluzione, nell’intento di sviluppare iconografie in grado di contribuire alla costruzione di conoscenza e resistenza ai problemi che sempre più rapidamente ci sommergono.

 

 

Tecnica:

Semplici mascherine ritagliate a mano, uso di bombolette spray. Questa tecnica è alla portata di tutti, può essere eseguita anche da un bambino, ha un costo contenutissimo ed è di facile realizzazione.

 

La mostra esprime la semplicità grafica della comunicazione iconografica; ogni piccolo pezzo realizzato su cartoncino, può essere riprodotto su muro o qualsiasi supporto idoneo.

Grazie a questa tecnica che rimane eseguita interamente a mano libera, i pezzi realizzati sono comunque unici, le mascherine si deteriorano rapidamente e si ottiene pertanto un numero ridotto di esemplari, non sono quindi da considerare riproduzioni seriali come le serigrafie o le stampe; conservano comunque i requisiti estetici e caratteristici di un’opera unica.

 

Grazie alla loro semplicità, possono essere diffuse al pubblico con il costo più esiguo possibile, lo scopo artistico è la diffusione del contenuto.

Chiunque può prendere l’immagine e riprodurre il contenuto, copiando  e ritagliando una sagoma da riprodurre a piacere.