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Arte Spray in Italia

27/09/2013

"Teatro" e "Vandalo" al lavoro, presso il museo della scienza e della tecnica Leonardo da Vinci di Milano, 1995.

Immagine piccola: una tela a spray di Teatro, 1998.

 

 

Negli anni “90” il Writing,  più comunemente conosciuto come: l’arte dei “graffiti”, è all’apice della diffusione e popolarità a livello mondiale; pochi anni dopo inizierà una lenta trasformazione che darà origine all’attuale scena della “Street Art” contemporanea.

Tra il 1990 e il 2000 si moltiplicano le iniziative pubbliche in cui sono invitati i giovani artisti: istituzioni pubbliche, scuole, associazioni e “no profit” sono i principali promotori d’eventi, dato l’intrinseco valore sociale e socialitario contenuto nella pratica del writing.

Gli artisti più noti cominciano così a spostarsi continuamente da un evento all’altro, dove il lavoro è una “live performance” in cui si dipinge dal vivo, collettivamente e in presenza di pubblico.

Spesso accade che non ci siano muri disponibili o idonei allo svolgersi di manifestazioni di questo genere, per tanto si inizia ad adottare altri supporti temporanei come pannelli e tele.

Iniziano anche pressanti richieste di opere “trasportabili”  da parte di privati che desiderano avere un lavoro o semplicemente arredare un locale.

In questo periodo, i writer si lasciano raramente convincere, vista la natura stessa dei graffiti di essere legata ai muri ed ai treni. Molti addirittura si rifiutano categoricamente di eseguire lavori che non siano su questi supporti; luoghi “madre” dove il writing si è indiscutibilmente sviluppato ed evoluto.

Inoltre, spesso la superficie delle tele è troppo limitata per creare un graffito rigorosamente prodotto con bombolette spray, usate proprio per ottenere il massimo risultato su una grande superficie anche di decine di metri quadri.

Vista la caducità delle opere fatte all’aperto, generalmente è raro che durino oltre un anno, tutto il lavoro svolto di migliaia di writers è andato irrimediabilmente perduto.

Per tutti questi motivi, le opere lasciate su tela, sono piccole foto “istantanee” di un’epoca, rari testimoni sopravissuti di questa corrente frenetica e combattiva che ha tenuto testa allo “stato dell’arte” per quasi venti anni.

Artisti, che nella maggior parte dei casi non hanno mai voluto definirsi tali, denigrando gallerie e combattuto il “sistema dell’arte” in tutte le sue forme.

 

La maggior parte di queste testimonianze sono andate ulteriormente perdute; alcune sono conservate, o spesso “dimenticate”, negli uffici pubblici di molti comuni italiani, all’interno di scuole ed istituti d’ogni sorta, compresi alcuni penitenziari.

L’Unincamere Confcommercio di Milano, conserva nei suoi uffici, all’interno nello storico Palazzo Castiglioni, in Corso Venezia 47, una notevole e interessante collezione di “tele”, frutto di una delle manifestazioni pubbliche di writing eseguite nel 1998, rare testimonianze artistiche di questo passaggio storico.

 

Nel Comune di Milano, sono tuttora visibili al pubblico, solamente le opere eseguite nel 1995  all’interno del Museo della scienza e della Tecnica Leonardo Da Vinci, su una facciata del padiglione ferroviario. Per il resto sono irrimediabilmente scomparsi anche tutti i lavori svolti all’interno dei centri sociali cittadini, nonostante il tentativo, ormai tardivo di Vittorio Sgarbi nel 2006 di valorizzare quel che ne rimaneva.

 

MT.


Paesaggi rotabili

19/09/2013

Acrilici su tela, 150x120 cm.

quadri arte contemporanea


Antropocene, Acrilici su tela, 100x122 Cm.

25/06/2013

 

‘Homestead Act è stato un provvedimento legislativo degli Stati Uniti secondo il quale venivano assegnati, a chi ne faceva richiesta, 160 acri (65 ettari) di terra demaniale nelle terre selvagge al di fuori dei confini delle tredici colonie originali. La nuova legge prevedeva tre fasi: una domanda di assegnazione, l’impegno a lavorare la terra assegnata e l’ottenimento del titolo di proprietà. Chi non aveva mai combattuto contro il governo degli Stati Uniti e, tra questi, anche gli schiavi liberati, potevano presentare una domanda di assegnazione presso un ufficio locale del territorio.

La legge venne firmata dal presidente Abraham Lincoln il 20 maggio del 1862.

Ad essa seguirono poi, nel corso degli anni, altre leggi di analogo tenore, conosciute collettivamente come Homestestead Acts. La prima fu il Southern Homestead Act del 1866, che tentava di correggere le disuguaglianze nella proprietà terriera del sud durante la ricostruzione successiva alla Guerra di secessione. Il Timber Culture Act concedeva un terreno a un richiedente che s’impegnasse a piantare alberi. Il lotto poteva essere aggiunto a una concessione già esistente e non aveva vincoli di residenza. Il Kinkaid Act (o Kinkaid Amendment) assegnava un’intera sezione demaniale (una superficie di un miglio quadrato, corrispondente a 640 acri, ossia 260 ettari) ai coloni del Nebraska occidentale. Un emendamento all’Homestead Act del 1862, l’Enlarged Homestead Act, fu approvato nel 1909 e aumentò la superficie dei lotti in concessione a 320 acri (130 ettari). Nel 1916 fu infine approvata un’altra modifica con lo Stock-Raising Homestead Act, aumentando ulteriormente l’estensione dei singoli lotti, stavolta a 640 acri (260 ettari).

 

La prima volta che ho visto dal vero gli effetti di questa legge sul territorio fui molto impressionato: durante un volo di linea sopra gli Stati Uniti, almeno una quindicina di anni fa, mi resi conto della vastità di superficie continentale tracciata in lotti quadrati regolari distribuiti regolarmente sulle direttive cardinali senza preoccuparsi minimamente delle caratteristiche geologiche.

Oggi basta usare uno strumento come Google Earth per verificare questo fenomeno e rendersi conto della portata continentale del fenomeno. Anche questo intervento umano così massiccio sull’ambiente, (tanto da ridisegnare un continente) rientra nelle caratteristiche della nuova era che stiamo affrontando: l’Antropocene.


il futuro alle spalle

30/04/2013

Acrilici su tela 100x140 Cm.